giovedì 22 aprile 2021

L'annuncio del Vangelo

 Ci riteniamo tutti missionari



COSTITUZIONI DEI FRATI MINORI CAPPUCCINI

 

CAPITOLO XII

 

L’ANNUNCIO DEL VANGELO E LA VITA DI FEDE

  

N. 176

  

COMMENTO DI FR. ANTONIO BELPIEDE *

  

“Il Re è Re per tutti, meno che per il suo cameriere”, così dice un vecchio proverbio, usabile anche – mutatis mutandis – per altri regimi che non siano la monarchia. Il paludamento estetico e l’ipocrisia etica, i trucchi della propaganda, le parrucche coi bigodini dei re Luigi di Francia o le decine di medaglie appuntate sull’ampio petto di Leonid Breznev svaniscono dinanzi agli occhi del cameriere privato. Il re si rivela nella sua quotidiana umanità, talvolta inferma, debole, viziosa. I boccoli della parrucca cedono il passo alla realtà di un’alopecia da stress di governo o di una calvizie impietosa. Il Re si mostra nudo agli occhi del suo cameriere, che si spera fedele alla sua persona e alla corona.

Così, come un cameriere fedele al suo Re, il Procuratore generale vede l’Ordine senza parrucca, senza medaglie sul petto, senza trucco, senza le aureole dei nostri santi, nelle sue stanchezze, nel suo desiderio di servire che si scontra alcune volte con viltà e bassezze, pigrizie che arrivano dai quattro punti cardinali, secondo una turnazione che solo il Signore della storia può comprendere.

Quando si parla dell’Ordine ai novizi o ai giovani frati lo si rappresenta come un giardino di alberi bellissimi e fruttuosi. Si rappresentano olivi, con il loro colore di fronde double face – argento e verde, secondo il verso della foglia che il vento muove, viti opulente di grappoli rossi e turgidi che promettono calici di vino delizioso, fichi dolcissimi che si crepano in fondo, mostrando striature bianche e rosse, perché già maturi e in attesa di nutrire con dolcezza. La vita poi ci fa conoscere, anche il rovo, presuntuoso nella sua sterile bruttezza, che come nell’apologo di Iotam esorta le altre piante ad eleggerlo re (Gdc 9, 7-15).

Non è carità negare la verità. Lo è la prudenza di coprire le nudità del fratello, come quelle … del Re. Ma per noi, chiamati a vivere il Vangelo, la carità più grande di fronte alla realtà della debolezza e del peccato risiede nel ricordare e testimoniare l’onnipotenza di Dio. Egli è capace di trasformare lo sgradevole rovo, tagliente e pericoloso, in una perenne e crepitante fiammata di energia, di fede, di bellezza. Il rovo del nostro limite, della nostra possibile miseria, non va nascosto sotto un telo mimetico, ma esposto al soffio perenne dello Spirito perché arda come il roveto che incantò Mosè e lo determinò alla Missione.

All’origine della missione dell’Ordine non c’è pertanto un’edulcorata rappresentazione di santità al borotalco, ma la fede forte in Colui che è capace di trasformarci in roveto ardente di perenne evangelizzazione, così come rimandò indietro, correndo di gioia in salita, Cleopa e il suo compagno a cui “aveva bruciato il cuore nel petto, spiegando loro le Scritture sulla sua passione” (cf. Lc 24, 13-35 ).

Simon Pietro che si alza con gli altri undici il giorno di Pentecoste e inizia il suo primo discorso è un uomo ferito e guarito. Non un “impeccabile novizio”, ma colui che ha negato tre volte di conoscere il maestro. Perché dovremmo falsare i nostri modelli formativi e l’immagine dell’Ordine con retoriche apparenze di santità? Quando la liturgia, nel canone romano, afferma: “Anche a noi, tuoi ministri peccatori …” dice la verità. La potenza del Vangelo si sprigiona nella missione perché alla sua origine c’è un mandato molto simile a quello ricevuto da Pietro sul lago di Tiberiade: “Pasci le mie pecore”. Anche qui tre volte. Ferito e guarito è ogni vero missionario del Vangelo. Come afferma un esperto di umanità, Carl Gustav Jung: “Solo il medico ferito può guarire!”.

 

176.1 “Nella nostra fraternità apostolica, tutti noi siamo chiamati a portare il lieto annunzio della salvezza a coloro che non credono in Cristo, in qualunque continente o regione essi si trovano; perciò ci riteniamo tutti missionari”.

 

“Chiamati” è bello e vero. È lui che ci ha chiamati, ciascuno con una vocazione unica e bellissima. Eppure Francesco, proprio perché chiamato a essere il servo di tutti, si dichiara “obbligato” ad amministrare le fragranti parole del Signore. “Sono tenuto – teneor” (LetFed II: FF 180). Le parole del fondatore suonano più giuridiche di quelle del testo costituzionale. A distanza di quasi otto secoli hanno trovato un’impensabile rispondenza nel canone 747 § 1, che apre solennemente il Libro III del Codice di Diritto Canonico, L’ufficio di insegnare della Chiesa:

“La Chiesa, alla quale Cristo Signore affidò il deposito della fede … ha il dovere e il diritto nativo … indipendente da qualsiasi umana potestà, di predicare il Vangelo a tutte le genti”.

Nella struttura stessa della relazione giuridica c’è l’alterità o intersoggettività. Può esistere un obbligo giuridico solo tra due (o più) soggetti. A fronte del diritto di uno esiste il dovere di un altro e viceversa. Il diritto della Chiesa di annunciare il Vangelo a tutte le genti non viene da un accordo con uno stato sovrano, o un’altra “umana potestà”, ma dall’investitura del Cristo Signore e dall’assistenza dello Spirito Santo. In nome di quest’unzione divina la Chiesa reclama con umile fermezza di fronte ad ogni autorità terrena il suo diritto nativo di annunciare il Vangelo. È da questa pretesa di diritto divino che deriva la martyria, la testimonianza della Chiesa che a volte giunge sino al sangue.

La Chiesa d’altronde ha il “dovere”, nativo quanto il “diritto”, di predicare il Vangelo. Chi può vantare la pretesa che la Chiesa eserciti questo suo dovere? Chi, insomma è il titolare del diritto di “ricevere l’annuncio del Vangelo”? “Tutte le genti – Omnibus gentibus”, come conclude il § 1 del canone. Libera di fronte a dittature e sistemi autoritari, come lo fu agli inizi, durante le persecuzioni dell’Impero romano, la Chiesa è chiamata a farsi serva della Parola di fronte a coloro che non conoscono Cristo, ed anche di fronte a coloro che lo hanno conosciuto e dimenticato. Beato fratello nostro Francesco, poeta ispirato a dire parole giuridiche di obbligo, a fondere nel suo cuore illuminato poesia e contratto, a trasformare un obbligo ecclesiale in canto universale. La poesia del Vangelo esige anche questo: il dovere del servo, una Chiesa serva per prestare a tutte le genti la diakonía umile della Parola; un Ordine servo della Parola nella Chiesa, sulle orme del fondatore.

 

176.2. Oltre al comune impegno missionario svolto in comunità cristiane capaci di irradiare la testimonianza evangelica nella società, riconosciamo la condizione particolare di quei frati, comunemente chiamati missionari, che lasciano la propria terra di origine, mandati a svolgere il loro ministero in contesti socio – culturali differenti, in cui il Vangelo non è conosciuto e dove si richiede il servizio alle giovani Chiese.

 

Per secoli la Chiesa ha avuto la percezione teologica – canonica – psicologica di una differenza evidente tra Chiese particolari di antica tradizione – quelle dell’Europa anzitutto – e i territori di missione. Il testo riecheggia questa bi-partizione. La stessa struttura dei Dicasteri della Santa Sede mostra la solidità di questa distinzione anche a livello giuridico e di governo. Le diocesi più antiche, in Europa, in America, in Australia dipendono dall’autorità della Congregazione dei Vescovi. Quelle più giovani dipendono invece dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, detta anche Propaganda Fide, che non a caso si trova in Piazza di Propaganda, a contatto con la bella piazza di Spagna in Roma[1]. Se le diocesi giovani vengono affidate alla Congregazione che ha maggiore competenza circa i territori di primo annuncio, a fortiori lo saranno le altre strutture gerarchiche che non ancora giungono alla maturità di essere erette come diocesi: i Vicariati e le Prefetture apostoliche soprattutto (cf. Can. 368).

Segnali molteplici indicano, tuttavia, l’affievolimento, la scomparsa, addirittura la negazione riottosa della fede cristiana nei territori di antica tradizione ecclesiale: l’Europa, il continente americano, altre nazioni di cultura occidentale. Dalla negante omissione delle “radici giudaico – cristiane” nel proemio della Costituzione europea, poi “abortita”, alla diminuzione progressiva dei matrimoni – sacramento, fino alla pratica in crescita chiamata, con espressione ruvida, “sbattezzo”, cioè l’espressa manifestazione di volontà di essere cancellati dal registro di battesimo, dove si fu in genere iscritti dopo aver ricevuto il sacramento per richiesta dei genitori.

Le “comunità cristiane capaci di irradiare la testimonianza evangelica nella società” divengono pertanto, sempre più frequentemente, comunità che sopravvivono a stento tra deserti di fede, assetate di un’acqua viva che possedevano e che “hanno smarrito in parte o totalmente” (176.3).

 

176.3. Allo stesso modo, riconosciamo la particolare condizione missionaria dei frati inviati in ambienti che necessitano di una nuova evangelizzazione perché la vita di interi gruppi non è più informata dal Vangelo e molti battezzati hanno perso, in parte o totalmente, il senso della fede.

 

Qualche anno fa sarebbe stato difficile veder attribuire la qualifica di missionari a frati inviati per una Nuova Evangelizzazione. Le nostre Costituzioni hanno acquisito e assunto con una decisa espressione il dato che servono missionari per le antiche chiese dell’Occidente già cristiano. Ho davanti agli occhi un bel dipinto nel nostro convento di Assisi anni fa: un frate con l’abito color avorio e un casco coloniale in testa si avventura con la piroga su un fiume dell’Amazzonia. L’immaginario dei cattolici, dei bambini e delle mamme, dei benefattori e sostenitori delle missioni contemplava frati come questo, alternati con l’altro panorama diffuso, quello della savana africana, o con quello, sempre verde e umido di una giungla asiatica. Queste icone mantengono il loro valore. La Missio ad gentes va proseguita con ardore, come ribadisce il n. 176.2. Oggi, tuttavia, possiamo immaginare altre icone di missione: frati che parlano coi giovani in un improvvisato sit – in ai Jardins du Luxembourg a Parigi, o ad Hyde Park a Londra; laici dell’Ofs o suore che suonano chitarre dinanzi alla porta di Brandeburgo a Berlino o pregano prima della pizza a Ponte Milvio a Roma. E dal sogno e dall’immaginazione si può passare a progetti concreti.

Fu il grande Giovanni Paolo II, giovane Papa di cinquantanove anni, a pronunciare per la prima volta la parola Nuova Evangelizzazione. Lo fece nella sua lingua, il polacco, nella sua terra e nella sua città, Cracovia, l’undici giugno 1979. Lo fece nel quartiere operaio di Nova Huta, dove il regime filosovietico voleva costruire un quartiere operaio ateo, senza chiese. Ma il Cardinale Wojtila, il pastore di quella città cattolica, aveva lottato con la sua gente contro la burocrazia imbandierata di rosso. Aveva lottato e vinto. Lì dove si voleva impiantare l’ateismo di stato un’altissima croce ricorda il coraggio di Giovanni Paolo e la sua ispirata profezia da fresco Papa: occorre una Nuova Evangelizzazione. La parola crebbe lentamente, fu proclamata con forza all’assemblea dei vescovi latino-americani a Puebla il 1983. Dopo la morte di Giovanni Paolo, Papa Benedetto eresse un nuovo dicastero per la promozione della Nuova Evangelizzazione. Francesco ci ha riportati al desiderio di gioia che il Cristo nutre per noi con l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, La gioia del Vangelo.

 

Mia madre Maria mangiava poco. Ci mettevamo a tavola in sette. Era felice di vedere noi figli divorare tutto e ci spiegava: “Ho il naso così pieno degli odori di cottura che perdo un po’ l’appetito”. Così è accaduto forse per questa parola preziosa: abbiamo parlato e scritto tanto di Nuova Evangelizzazione, ma non ci è venuto appetito di Vangelo, fame di una Missione rinnovata. Continuiamo lenti a fare le stesse cose. In quest’inizio millennio la Chiesa si muove nel mondo già cristiano con manovre di risistemazione di confini e traslochi di archivi. Nella Chiesa il nostro Ordine. Da diversi lustri le province d’Europa sono state progressivamente accorpate, coincidendo spesso con un’intera nazione: così Francia, Germania, Spagna. Ora si unificano Irlanda e Regno Unito. Il movimento si affaccerà presto negli Stati Uniti e nel Sudamerica di espressione spagnola. Forse è l’unica via percorribile, forse no. Forse si potrebbe trasformare le Province numericamente esigue in strutture giuridiche più agili, come Custodie e Delegazioni, sostenute da circoscrizioni più forti, con un rinnovato e adattato spirito missionario. Su questo occorre riflettere.

Il punto fondamentale, tuttavia, è un altro. Operare una conversione del cuore e della mente e ritornare sulle strade, ritornare nelle case. Siamo sovente ingessati in una presenza fraterna fiacca e intimista, in un’azione apostolica che ripete gli schemi antichi, che attende la gente nel tempio, che non sente il grido silenzioso di chi accanto a noi, in ogni città d’Europa e d’Occidente già cristiano, ha bisogno di riascoltare da qualcuno che ci creda il Nome di Gesù: Dio Salva.

 

176.4. Impegnamoci, dunque, a non lasciare inascoltato ed inoperante il comando missionario del Signore, perché ogni persona ha il diritto di udire la buona novella per attuare in pienezza la propria vocazione.

 

Il comando missionario è cambiato, si è diversificato. Il primo annuncio deve proseguire. Allo stesso tempo la Nuova Evangelizzazione deve andare oltre gli inizi e divenire l’attitudine costante delle chiese di antica tradizione. Fuori dal tempio c’è una comunità che attende. C’è una comunità avvolta di innumerevoli parole, e stordita da mille servi elettronici, eppure assetata di una parola fresca come l’acqua di sorgente e calda come quella di quel Rabbi giudeo che parlò alla donna di Samaria: “Se tu conoscessi il dono di Dio …” (Gv 4,10).

Alla fine del numero 176 ritroviamo la parola giuridica di Francesco. Se ogni persona “ha diritto di udire l’Evangelo”, noi fratelli di Francesco abbiamo il dovere nella Chiesa di annunciarlo, col cuore caldo come Cleopa e il suo compagno dopo l’incontro con Gesù.

L’Ordine dalla Procura generale non appare come un re con la parrucca, tenuto su da stecche e medaglie. Più riusciremo a essere uomini veri, nella povertà del nostro peccato e nella ricchezza tracimante dell’investitura dello Spirito Santo, più bruceremo per tutta la vita come il roveto che affascinò Mosè: e lo mandò in missione. Amen.

 

 

* Procuratore generale OFM Cap (2013 – 2020)

[il testo è stato consegnato in maggio 2020]

 

 

 

© copyright Antonio Belpiede 2020 – libero uso da parte dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini



[1] Per completezza va ricordata la competenza per le Chiese Orientali dell’omonimo Dicastero (cf. GIOVANNI PAOLO II, Cost. Ap. Pastor Bonus, 1982, art. 56).

lunedì 19 aprile 2021

La Patrona di tutte le missioni cappuccine nel mondo

 La Madre del Buon Pastore 



Il sabato che precede la Giornata del Buon Pastore (attualmente la IV domenica di Pasqua) è la festa della Madre del Buon Pastore (Divina Pastora), devozione tipicamente cappuccina di origine spagnola; Lei da quasi un secolo è la patrona di tutti i Missionari cappuccini nel mondo.

 Origine della devozione

Nel 1703, Fr. Isidoro di Siviglia, grande predicatore popolare, fu ispirato ad essere accompagnato nelle sue missioni da uno stendardo con una particolare rappresentazione della Vergine Maria: vestita con un semplice costume da pastore, seduta su una roccia, sotto un albero, con indosso un cappello comune e con attorno alcune pecorelle.  Certamente questa immagine era in contrasto con le tante ed esuberanti immagini che si avevano della Vergine, con costumi molto sontuosi, splendide corone e troni imponenti. Il predicatore cappuccino intuì che la semplicità della madre di Dio, così vicina a tutti i suoi figli, e particolarmente preoccupata per le “pecore lontane”, avrebbe dato alle sue parole un particolare successo e lo avrebbe aiutato a toccare i cuori per indirizzarli a Dio. Così si avviò la devozione alla "Pastora delle anime", chiamata popolarmente la "Divina Pastora", che si espanse rapidamente attraverso la creazione di tanti gruppi di fedeli a Lei legati in tutta la Spagna: erano il Gregge di Maria.  Ovviamente c'era chi non accettava di vedere Maria così povera e semplice (dicevano che "i suoi vestiti erano indecenti, indecorosi e impuri"); ma ha prevalso il sentimento popolare che si è subito identificato con la nuova presentazione della Madre della misericordia.

 

L’approvazione ecclesiale

Fr. Isidoro aveva cercato in molti modi di ottenere l'approvazione ecclesiastica di questa devozione finché ottenne da papa Clemente IX (1700-1721) due bolle che garantivano due concessioni: l'altare dove veniva venerata l'immagine della Divina Pastora fosse un altare privilegiato, e che le confraternite del "Gregge di Maria" avessero tutte le indulgenze e i privilegi che venivano concessi a queste associazioni; ma le due bolle non approvavano esplicitamente la devozione.

Con la sua morte, avvenuta nel 1750, per alcuni anni questa devozione rimase in un certo senso orfana, ma trovò nel Beato Diego da Cadice (1743-1801) un fervente propagatore, che sosteneva di aver ricevuto il dono della parola attraverso il Divina Pastora. Fu lui a scrivere i testi liturgici appropriati per la celebrazione della Messa e della Liturgia delle Ore, che nel 1795 furono approvati da Papa Pio VI, che sancì canonicamente la devozione. Da quel momento i cappuccini spagnoli potevano celebrare la loro ricorrenza liturgica ogni anno alla vigilia della domenica del Buon Pastore, che era allora la seconda domenica dopo Pasqua.

Sempre sotto l'animazione del beato Diego nel 1798 un decreto del Governo provinciale ordinò la collocazione della sua immagine in tutte le chiese dei Frati e la proclamò Patrona delle missioni cappuccine spagnole. La sua devozione si diffuse in tutta la Spagna, nelle missioni in America Latina e anche in molte parti d'Italia che erano sotto l'influenza spagnola. Nel 1885, Papa Leone XIII estese questa festa a tutto l'Ordine.

Inoltre sono nate alcune Congregazioni femminili fortemente legate a questa devozione: Suore Cappuccine della Madre del Divino Pastore (Beato fr. José Tous y Soler, ofmcap); Terziarie Cappuccine della Divina Pastora (fr. Pedro de Llisá, ofmcap); Terziarie Francescane della Divina Pastora (Beata M. Ana Mogas); Congregazione del Gregge di Maria (Francisco de Asís Medina); Congregazione dei Religiosi Scolopi, Figlie della Divina Pastora (P. Faustino Miguel, scolopio). Constatiamo inoltre che anche la santità cappuccina in Spagna gode di una stretta vicinanza a questa bella devozione.

 

Patrona di tutte le missioni cappuccine

Con il voto favorevole del Capitolo Generale del 1932, la Madre del Buon Pastore fu dichiarata Patrona universale di tutte le missioni dell'Ordine dei Cappuccini, il 22 maggio, e la tradizione continua ancora oggi. Infatti, le attuali Costituzioni approvate il 4 ottobre 2013, affermano al numero 181.3: “Affidiamo questo grande compito all'intercessione della Beata Vergine Maria, Madre del Buon Pastore, che generò Cristo, luce e salvezza di tutte le genti, e che il mattino di Pentecoste, sotto l’azione dello Spirito Santo, presiedette in preghiera l’inizio dell’evangelizzazione”.

Tuttavia, sembra che non molte delle nostre presenze missionarie, a parte quelle di origine spagnola, abbiano potuto conoscere questa devozione e godere di questo patrocinio. Varrebbe certamente la pena di diffonderlo più ampiamente in tutte le nostre missioni. La Madre del Buon Pastore può essere una luce, un sostegno e uno stimolo nel nostro lavoro missionario, perché, essendo una devozione tipicamente cappuccina, porta i nostri tratti e può aiutarci ad essere più autentici.

 

Madre del Buon Pastore o Divina Pastora?

 In origine era chiamata Pastora soltanto da fr Isidoro, tuttavia successivamente il “popolo” aggiunse il titolo di Divina Pastora. In origine non aveva neanche il Bambino Gesù nell'immagine, ma nelle nuove rappresentazioni nei decenni successivi è stato aggiunto il Bambino, evidenziando che Lei era la Madre del Buon Pastore.

Generalmente i teologi e le persone notabili preferiscono chiamarla Madre del Buon Pastore, sebbene in alcuni pronunciamenti della Chiesa fosse anche chiamata "Divina Pastora". Il popolo di Dio non ha mai sentito il bisogno né accettato i motivi per cambiare nome. Ha sempre continuato a chiamarla "Divina Pastora" e non perché la credesse una dea, una divinità, perché tutti sanno perfettamente chi è: la Madre di Gesù, il Buon Pastore; ma la devozione popolare rimarca che il suo servizio e la sua azione sono divini. Collaborando al progetto di Dio, la sua azione diventa divina, per questo viene chiamata affettuosamente "Divina Pastora".

 

Una vergine cappuccina

 Proviamo a pensare ad alcune sue caratteristiche originarie e ad interpretarle a partire dal nostro carisma cappuccino, dai nostri valori. È importante tener presente la sua immagine primitiva perché con il passare dei secoli e il crescere della devozione, a volte, si sono aggiunti dettagli che in un certo senso ne oscurano l'originaria semplicità. Vediamo:

La prima cosa che ci colpisce è la sua povertà: vestita come i poveri pastori, con un semplice cappello da contadina. Forse, oggi, dopo il Vaticano II, sembra normale vederla così, più prossima, ma l’intuizione di proporre un'immagine della Vergine così dimessa è stata enorme, in quel periodo di tanti fasti, richiamando così le parole di Francesco d'Assisi: "E non volevamo avere ...". Questo l'ha resa una madre vicina, altruista e solidale. Invita noi cappuccini a comprendere la bellezza di essere poveri, di accontentarci di poco, di pensare a una pastorale fatta molto più con il cuore che con strumenti portentosi.

La sua minorità attira la nostra attenzione: seduta su una pietra sotto un albero. È la regina del cielo e della terra, ma non ha un trono. Sta bene su una pietra e cerca la semplice protezione di un albero. Non certo perché non meriti o non possa avere altre comodità e privilegi, ma perché ha fatto una scelta ed è felice di stare vicino al gregge.

Lei è circondata da pecore; ciò suggerisce che generi fraternità. La Vergine Maria promuove aggregazione. Come a Pentecoste sembra raccogliere gli apostoli in preghiera, continua nella storia, come nostra madre, generando fraternità tra noi, promuovendo la nostra unità.

Il fatto di essere seduta ci fa pensare che sia anche contemplativa. Chi lavora nella pastorizia sa che ci sono tempi di attività, di pascolo del gregge, di ricerca di acqua e pascoli, ma ci sono anche tante volte che ci si può sedere a contemplare, aspettando pazientemente che le pecore siano soddisfatte. Non è però una contemplazione che distrae: anche quando si pensa al mistero della vita, lei è sempre attenta al gregge, pronta ad intervenire subito se necessario.

Possiamo riconoscere in lei una donna in armonia con il creato. Usa ciò di cui ha bisogno dal mondo: è vestita di pelle di pecora, è seduta sotto un albero, conduce il gregge alle riserve di cibo e acqua, ma vive un rapporto rispettoso con la natura. Il pastore ha sempre molto chiaro che lui dipende dalle risorse naturali ed è per questo che non può rovinarle o prendere più di quanto può essere rinnovato.

Essendo pastora incarna l'importanza del lavoro semplice. Ci ricorda che il lavoro è una grazia, non è una punizione. Fa parte della nostra spiritualità. I nostri santi cappuccini ci mostrano che non c'è santità cappuccina senza lavoro. Il lavoro manuale, il lavoro discreto, quello che forse gli altri non vogliono fare, sono per noi occasione di incontro, crescita, comunione e servizio.

In ultimo la Pastora delle anime è una missionaria. La devozione nasce per sostenere le missioni cappuccine e sin dalla sua origine ha adempiuto al suo compito. La Divina Pastora veglia su noi affinché non perdiamo mai questo ideale, non tralasciamo la pastorale, e siamo sempre sensibili davanti alla pecorella smarrita, e con creatività sempre rinnovata possiamo realizzare ciò che il Buon Pastore si aspetta da noi .

 

           Fr. Mariosvaldo Florentino, ofmcap

          Segretario Generale per l'Evangelizzazione,  

           l'Animazione  e Cooperzazione Missionaria.

 

 Tradotto da fr. Michele Motura

Fonti:

 

Lettera del Ministro generale, fr. John Corriveau, in occasione della celebrazione del 3° centenario dell’attribuzione del titolo “Maria, Madre del Buon Pastore” (Divina Pastora), 07/10/2003, Analecta OFMCap, 2003, 647-654.

                                                                                                                      

CRUCES RODRGUIGUEZ, José Francisco, La Divina Pastora de las almas: historia de la advocación e iconografía y su vinculación con la ciudad de Málaga, in: Advocaciones Marianas de Gloria, San Lorenzo del Escorial, 2012, 985-1004.

 

In questi secoli, artisti e pietà popolare hanno saputo riproporla in molti modi, dimostrandoci quanto sia viva la devozione.







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mercoledì 14 aprile 2021

I Cappuccini e la Madonna di Lourdes -

Sino dagli origini...



1. L’11 febbraio 1858, una giovane ragazza di Lourdes recatasi con due amiche lungo il fiume Gave per raccogliere legna di nome Bernadette Soubirous, sente un rumore come un forte colpo di vento. Alzando gli occhi vide nell’incavo di una Grotta una bella Signora che le fa cenno di avvicinarsi; la Bella Signora le sorrideva. Marie-Antoine scriverà: “Ed è in questa povera grotta di Lourdes, fino ad ora ignorata e sconosciuta alla Francia e al mondo, che l'universo verrà a contemplare questo sorriso!” Per ben 18 volte la fanciulla si recherà alla Grotta come glielo ha chiesto la Signora. Queste apparizioni sconvolsero la società del tempo e suscitarono grande entusiasmo.

Tra la 17e e la 18e apparizione, mentre predicava nei dintorni di Lourdes, il P. Marie-Antoine de Lavaur già famoso e conosciuto come il santo di Tolosa, decise di recarsi alla Grotta di Massabielle per rendersi conto di persona di quello che accadeva in questo luogo sperduto e per incontrare la piccola veggente.

 

2. Padre Marie-Antoine, missionario cappuccino - statura alta, barba lunga, saio consumato, un crocifisso incastrato nella corda, uno sguardo che non si può dimenticare, il sorriso gioioso - con i suoi carismi ha segnato lungo cinquant'anni di intenso apostolato tutta la Francia. A suo tempo ha goduto di una popolarità straordinaria; ha pubblicato quasi ottanta opere, tra cui Les Grandes Gloires de Saint-Antoine de Padoue, con una tiratura di mezzo milione di copie.

È nato a Lavaur (Tarn) il 23 dicembre 1825 in una famiglia molto pia. Il giorno successivo viene battezzato con il nome di Léon Clergue e consacrato alla Beata Vergine. Ha avuto una vocazione precoce entrando all'età di 11 anni nel seminario minore di Tolosa. Ordinato sacerdote nel 1850, viene subito nominato vicario a Saint-Gaudens dove sente la chiamata di San Francesco e nel 1854 entra nel noviziato dei Frati cappuccini a Marsiglia; il giorno della festa di sant’Antonio di Padova diventa padre Marie-Antoine. Un anno dopo inizia a predicare con successo a Marsiglia, a Tolone, prima di essere inviato, all'età di 32 anni, a fondare il grande convento dei Cappuccini di Tolosa al quale sarebbe stato legato per tutta la vita. La sua notorietà raggiunge velocemente tutta la città. Il suo amore per i poveri, la sua passione per Cristo e Maria Immacolata, e la sua vita umile fatta di distacco e dimenticanza di sé, gli valgono l’appellativo “il Santo di Tolosa”, prima ancora di compiere 40 anni.

Grande “operaio” di Maria, ha promosso e animato molti pellegrinaggi mariani, e sarà all'origine della devozione popolare a Notre-Dame de Lourdes e dei primi grandi pellegrinaggi.  


Dal 1893 si dedica all’Opera del Pane di Sant'Antonio, in concomitanza con lo sviluppo della devozione al santo francescano in Francia, e negli ultimi anni della sua vita, realizza un vecchio sogno facendo costruire la cappella della Madonna della Consolazione a Lavaur suo paese natale.


Missionario cappuccino fino in fondo, inventivo e con un'energia sorprendente, confessore instancabile, porta avanti le sue battaglie su tutti i fronti: la scristianizzazione del paese, lo smarrimento dei costumi, la disobbedienza in tutte le sue forme, la libertà dei religiosi disprezzati e costretti all'esilio nel 1880 e soprattutto nel 1903. Le sue armi sono la preghiera, la formazione religiosa del popolo a cominciare dai bambini, la predicazione popolare (parla spesso in dialetto conducendo i suoi ascoltatori verso un Dio di misericordia e di amore).


Muore a Tolosa l’8 febbraio 1907 nella solitudine di un convento glaciale, da cui l’autorità pubblica non ha avuto il coraggio di cacciarlo per paura di una sommossa popolare. Al suo funerale una folla immensa di oltre cinquantamila persone secondo la stampa dell'epoca ha voluto accompagnarlo per l’ultimo viaggio. Il suo corpo riesumato nel 1935 dal cimitero cittadino riposa ora nella cappella del suo convento, divenuto proprietà dei Carmelitani nel 1999. La sua tomba non ha mai cessato di essere oggetto di fervente devozione. È dichiarato venerabile il 23 gennaio 2020.

 

3. L’operaio di Maria è a Lourdes. La Vergine è appena nuovamente apparsa il mercoledì di Pasqua. Bernadette che ha fatto la sua prima comunione il 3 giugno, deve partecipare alla messa che celebrerà il Cappuccino. Di fronte a questa ragazzina pia e candida come un angelo, così povera e così gracile, il frate è incantato. Bernadette fa pure la comunione durante la sua messa e il Padre scrive: Quello stesso giorno, mi è permesso interrogarla a lungo. Ogni sua parola è per me una perla preziosa che ho devotamente incastonato nello scrigno dei miei ricordi più religiosi". P. Marie-Antoine si lascia deliziare dalla storia di Bernadette. Nessun dubbio lo sfiora. È tutto vero. Bernadette è qui, come un fiore caduto dal cielo o meglio dal cuore stesso di Maria, per essere la testimone perpetua e sempre sensibile delle Apparizioni. L'ultima delle quali avrà luogo il 16 luglio.


P. Marie-Antoine ha chiesto a Bernadette di ripetere per lui i gesti che hanno accompagnato le parole: "Io sono l'Immacolata Concezione". Lui stesso racconta che Bernadette raccogliendosi dice: « Lei ha fatto così ». E "allo stesso tempo, il suo viso assume un'espressione così adorabile che il ricordo non svanirà mai dalla mia memoria. Come la Santa Vergine, Bernadette stende prima le mani, poi le solleva all'altezza delle spalle, infine le unisce sul petto e, guardando il cielo, mi dice: - È in quel momento che la Santa Vergine ha detto queste parole: Io sono l'Immacolata Concezione ”. Sembrava una visione di cielo. Bernadette è trasfigurata, qualcosa di soprannaturale le passa sul viso, i suoi occhi si tuffano nell'infinito! Entrambi profondamente commossi, stiamo in silenzio per un momento. “Cara bambina, quanto sei felice! Bernadette annuisce modestamente con la testa. "Oh, Padre mio, quanto è bella, la Vergine Santissima, quanto è bella! Tutte le statue, tutte le signore della terra non sono niente a suo confronto! "


Il P. Marie-Antoine, terrà particolarmente presente una richiesta della Madonna : "Voglio che si venga qui in processione". Un tale desiderio trova un eco particolare nel suo animo di apostolo. E Mons. Peyramale, parroco di Lourdes, non avrà sostegno più forte e collaboratore migliore del cappuccino. I due uomini, di forte fede ed energia ostinata, erano fatti per andare d'accordo. Il 18 gennaio 1862, il vescovo di Tarbes riconobbe le apparizioni, autorizzò il culto nella Grotta e propose anche di costruire lì un santuario. Insieme, i due sacerdoti prenderanno provvedimenti per promuovere i pellegrinaggi alla Grotta di Massabielle. Tuttavia, occorreranno più di sei anni per organizzare il primo grande pellegrinaggio regionale, quello di venti parrocchie nella regione di Tarbes, guidato da P. Marie-Antoine.

Ma il Cappuccino, apostolo di Maria fin dall'adolescenza, approfittando di una missione che predica nei dintorni, si reca a Lourdes nell'aprile 1862. È un pellegrinaggio solitario. In una lettera descrive ai genitori quanto ha provato. La penna non ha il potere di esprimerle, dobbiamo vedere, ascoltare e sentire queste cose dal cielo! Maria è lì, ancora visibile, si respira il profumo che ha lasciato in questa valle, in questa grotta e su queste colline. Mi sembra di rivederla e di sentire la sua voce, quando vedo e sento la pastorella che ha avuto la fortuna di essere visitata da Lei diciotto volte ".


L’anno successivo, forse una sera di maggio 1863, sono forse le nove, una ventina di persone pregano lì in una semi oscurità. Circa altrettante candele bruciano ai piedi di un'immagine della Vergine. Tutto tace. "Queste candele devono camminare e cantare", disse tra sé il cappuccino. Detto fatto. Tutti sono invitati a prendere una delle candele.
Nelle loro mani, queste torce formano un semicerchio davanti alla Grotta, al canto dell'Ave Maris Stella.
Il giorno dopo cento candele, poi migliaia e migliaia correranno sul sentiero tortuoso, sulla spianata o nel prato”. E dal 1872, con l’inizio dei grandi pellegrinaggi, queste processioni con le fiaccole sono al centro della liturgia popolare di Lourdes.


Padre Marie-Antoine ha fatto grandi cose a Lourdes. Quante altre, tuttavia, avrebbe ancora voluto realizzare. I buoni padri della Grotta, come li chiama, diffidano delle sue iniziative e dei suoi progetti, cercano di resistergli in tutti i modi. Ma lui ha argomenti che disarmano. Nel 1870, vede l’erigenda Basilica dell’Immacolata: lui la vorrebbe molto più grande per rendere un culto perpetuo a Maria. Sogna pure la presenza dei cappuccini come confessori. Intorno al 1880, una benefattrice gli darà i soldi in contanti per costruire un grande convento per i frati ma il periodo è quello delle espulsioni anticlericali e deve rifiutare i soldi: tutti i frati, tranne lui, sono in esilio!

                   

4. A Lourdes la presenza dei cappuccini sarà sempre viva, nonostante tutto. Oltre il ricordo di P. Marie-Antoine e il suo busto alla fine della Via Crucis, oltre ai numerosi confratelli che durante tutta la stagione dei pellegrinaggi si recano da tutto il mondo presso la Grotta di Massabielle per accompagnare gruppi, c’è un cappuccino che veglia e precede i confratelli. In uno dei cimiteri della cittadina dei Pirenei, una tomba è meta di pellegrinaggi. È sempre ricoperta di fiori freschi e di tanti ex voto: vi è sepolto fra Giacomo da Balduina, pellegrino a Lourdes (1908-1948). Nato a Balduina in provincia di Padova, entrò tra i cappuccini a Rovigo. Nel 1918 dovette interrompere gli studi per compiere il servizio militare a Milano. Dopo quattro anni riprese la strada del convento e il 28 settembre 1922 a Bassano del Grappa, vestì l’abito francescano e poi sarà a Venezia per gli studi teologici. Ben presto si ammala gravemente. I superiori, convinti che non sarebbe vissuto a lungo, lo fanno ordinare sacerdote. Dopo l’ordinazione con difficoltà porta avanti il suo ministero in modo eroico e si distingue particolarmente nell’ascoltare le confessioni soprattutto uomini, sacerdoti e seminaristi che accoglie nella sua cella. Un giorno confida a un seminarista che, come lui, si reggeva in piedi con le stampelle: «Io invece, non posso attendermi nulla di meglio. Mi sono offerto vittima a Dio per la santificazione dei sacerdoti. Dio ha accettato l’offerta e ha disposto che l’encefalite letargica fosse lo strumento più adatto al raggiungimento del mio ideale».


Molto devoto della Madonna, si reca in pellegrinaggio nel 1941 e 1946 a Loreto e nel 1948 va in treno a Lourdes. Sarà l’ultimo viaggio. Ha chiesto una grazia speciale. Non la guarigione, ma poter partire per il cielo sotto lo sguardo di Maria: arriva intorno alle 16 del 21 luglio 1948, dopo 35 ore di viaggio. In preda alla febbre ripeteva, “alla Grotta presto, portatemi alla Grotta”, il medico dispone invece di trasportarlo all’ «Asile», dove si accolgono i pellegrini malati. Con il passare delle ore il respiro di padre Giacomo diventa ansimante e affannoso. Perde conoscenza, ma più tardi all’ora dei vespri, apre gli occhi e, con voce flebile, canta il Magnificat poi rende la sua anima a Dio com

e desiderava sotto lo sguardo di Maria pur non essendo stato alla Grotta. Sepolto nel cimitero di Lourdes, la sua tomba è luogo di grazie per innumerevoli pellegrini del mondo intero. Il 16 giugno 2017, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui padre Giacomo è stato dichiarato Venerabile.

 

       3. Bisognerà tuttavia attendere il 2017 per vedere una fraternità di cappuccini a Lourdes. Il sogno di Marie-Antoine diventa realtà, la presenza di p. Giacomo una benedizione! I santi ci precedono e aprono le strade. L’apostolo e il pellegrino sono ancora qui a vegliare sulla nascente fraternità dei cappuccini della città mariana.

       La fraternità di Lourdes nasce nell’ambito del Progetto delle fraternità per l’Europa, molto opportunatamente ribattezzato “San Lorenzo da Brindisi”. Siamo attualmente 5 fratelli 3 provenienti della Provincia di Sardegna e Corsica, una della provincia di Messina in anno sabbatico e un postnovizio della provincia di Francia.


Come si è arrivati a Lourdes? Inizialmente, le Provincie di Sardegna e Corsica e quella di Genova (la fraternità iniziale contava un frate di Genova deceduto, fra Andrea Caruso) hanno proposto al provinciale di Francia l’apertura di una fraternità sul territorio francese. Hanno riflettuto per qualche tempo sulle modalità di collaborazione con la provincia di Francia. Non c'erano posizioni o piani predeterminati. L'unico desiderio espresso era quello di collaborare nell'ambito del progetto "Fraternità per l'Europa".


Lourdes si è imposta da sé. Diciamo semplicemente che diversi fattori sono stati determinanti: Lourdes è un luogo di visibilità e offre tutte le possibilità per mettere in pratica quanto espresso nella Carta del Progetto; una roccaforte della vita della Chiesa francese dove molti, cattolici e non, si danno un tacito appuntamento;

un luogo dove al centro stanno il malato e il debole; un luogo francescano a più di un titolo: è qui che Maria ha detto il suo nome, Io sono l'Immacolata Concezione, un nome tanto caro al cuore di tutti i figli di San Francesco; la presenza di due venerabili Marie-Antoine de Lavaur, il grande apostolo di Lourdes, e Giacomo da Balduina, entrambi prossimi alla beatificazione (si spera!); ma ciò che colpisce è che il desiderio del Vescovo di Lourdes ha coinciso con il nostro. Lui sognava di avere un segno comunitario di vita fraterna ben visibile (“col vostro abito!”) in questo santuario.

Come frati siamo soprattutto

impegnati a tutti i livelli nella pastorale del santuario, nell’accoglienza dei pellegrini, a servizio di una struttura di persone in difficoltà psichica ma anche per qualche servizio nella diocesi. La fraternità è pure inserita nella vita della Provincia di Francia: la presenza di fr. Marie-Nicolas e prima di lui di fr. Samuel, frati in formazione, hanno giovato molto a tessere legami forti col resto della Provincia. A Lourdes la nostra casa, proprietà del santuario, non ci consente di accogliere tutti i confratelli dell’Ordine che ci chiedono l’ospitalità. Ma alla luce di quanto detto non sarebbe inutile riflettere su un potenziamento della nostra presenza. Lourdes dà una visibilità mondiale al nostro Ordine.

Possiamo dire che questi 4 anni vissuti a Lourdes, sono stati un tempo di grazia e di benedizione.


Pace e bene!



Contributo di fr Jean-Marcel Rossini - attuale guardiano.

domenica 11 aprile 2021

Fra Antonio di Mauro nell'Africa


Sostenere la speranza

Carissimi amici, giunga a ciascuno di voi il saluto francescano di pace e bene!

Mi chiamo Antonio Di Mauro, e sono un giovane frate cappuccino, che da circa un anni ho terminato la formazione iniziale. Ho 37 anni e appartengo alla provincia religiosa di Sant’Angelo e Padre Pio.

Non vi nascondo la mia emozione nello scrivere questo articolo, con il quale desidero condividere con voi quello che profondamente mi ha spinto a partire per l’Africa.

Così, mentre con mano tremante riporto il mio pensiero, allo stesso modo vengo raggiunto da quel entusiasmo missionario che mi porto nel cuore sin dalla mia infanzia. Sì, perché questo sogno per la missione era ben radicato già nel mio ambito familiare e, in modo del tutto speciale, fortemente caratterizzato dalla figura di mia zia, suora missionaria, appartenente all’Istituto delle Adoratrici del Preziosissimo Sangue di N. S. G. C.

Ricordo sempre con quanta ansia aspettavo il suo ritorno dall’Africa per le ferie!

Era davvero una zia speciale... nessuno dei miei amici aveva avuto un familiare in terra d’Africa. Questo mi faceva sentire un bambino unico, diverso dagli altri!

Non solo! Ma, oserei dire, che la nostra stessa casa era diventata un vero e proprio "centro missionario". In essa, infatti, tante sono state le esperienze indirette missionarie e le iniziative di carità che, grazie alla collaborazione e alla generosità di tante persone, hanno favorito, promosso e realizzato tanti progetti in favore di persone bisognose e di situazioni drammatiche, e che, purtroppo, in Africa sussistono ancora.

Quell’entusiasmo, quindi, è cresciuto insieme alla mia giovane età e mi ha spinto a compiere con gioia la scelta di vivere un’esperienza missionaria, che compio nella fede e nell’amore con il quale Cristo ha amato noi! Sono giunto a questo anche grazie all’ascolto delle esperienze missionarie dei tanti frati missionari, attraverso i quali ho avuto modo di conoscere l’opera di evangelizzazione di tanti confratelli che in Africa hanno trascorso buona parte della loro vita. Sentire le loro testimonianze è stato come ascoltare una musica dolce e soave, sulla quale ho sintonizzato la mia prospettiva di vita!

È stata la missione stessa a sedurmi e a convincermi che potevo intraprendere questa strada.

Nel corso della formazione, grazie alla disponibilità e all’apertura dei superiori e dei formatori, ho avuto modo di alimentare questo desiderio missionario; tante sono state le esperienze concrete di apostolato missionario, sia come collaboratore dell’animazione missionaria, sia come conoscenza diretta in Albania, dove i frati della provincia di Puglia hanno la loro missione.

Questa vocazione missionaria ha trovato spazio anche nell’ambiente accademico, all’interno del quale ho presentato, come lavoro finale per il conseguimento del baccellierato in Sacra Teologia, una tesi dal titolo "La missione per e con i giovani".  

In questo lavoro ho sviluppato il tema della missione dal punto di vista ecclesiale, richiamandone i dati teologici e quelli spirituali, arrivando a svilupparne il modo di ripensare la missione. Ho voluto poi evidenziare la loro incidenza nella grande famiglia francescana a cui appartengo, analizzando in primo luogo il modo in cui san Francesco d’Assisi intendeva la missione, fino a descrivere le modalità in cui oggi la famiglia francescana è coinvolta nel mondo come presenza e provocazione missionaria, vale a dire la modalità con il quale il carisma francescano tutt’oggi può essere a servizio dell’evangelizzazione e della promozione dei valori evangelici di fraternità, giustizia e pace nel mondo.

Questa desiderata esperienza, dunque, non è passata inavvertita e disattesa, ma, al contrario, è stata sempre incoraggiata e protetta.

In Ciad, infatti, ho avuto la grazia di vivere un tempo abbastanza intenso, anche a causa delle restrizioni dovute al COVID-19, nelle fraternità di Goré e Baibokoum, dove ho avuto modo di considerare tutta l’importanza del periodo vissuto qui, specialmente grazie alla preghiera, meditazione della Parola di Dio e dell’amicizia con Cristo, attraverso cui è stato possibile presentargli i desideri e le speranze, le gioie e le sofferenze. Tutto questo, infatti, mi è servito per non far soffocare la mia esperienza dalle esitazioni del mondo e dalle sue distrazioni.

Questo periodo, dunque, è stato segnato, da parte mia, da un forte spirito di discernimento, cercando, così, di riconoscere i segni dei tempi e, in modo del tutto particolare, è stato attraversato fortemente da alcune parole che mia madre mi diceva quando eravamo seduti a tavola: «mangia quello che c’è nel piatto, perché c’è sempre un bambino che non ha cosa mangiare». Vivendo qui in Africa mi rendo conto di quanto sia ancora vera la sua voce.


Ho in mente, quindi, una sola parola che racchiude questo spazio di tempo vissuto in Ciad: "speranza". Una parola che mi fa vedere non solo la fame in sé intesa come denutrizione, ma che mi fa individuare la causa derivante dalla pesante sofferenza economica e sociale. Una fame, dunque, che è parte di un sistema strutturale, che imprigiona la piena realizzazione della dignità umana.

Individuo nella speranza, allora, quella forza motrice che scarcera la storia dalla fatalità del male, dello sperpero, dell’ingiustizia, della guerra e che si fa voce di gente che grida al mondo intero di meritare una vita migliore.

Una speranza, dunque, che traspare nei volti gioiosi dei bambini quando percepiscono che c’è qualcuno che vuole giocare con loro.

Una speranza che nasce da una semplice stretta di mano che dice: «coraggio, camminiamo insieme».

Una speranza che trova il suo vigore in uno scambio interculturale e interreligioso, dove la differenza diventa ricchezza.

Una speranza che illumina chi, avendo vissuto e vivendo ancora l’amara e dura esperienza di una sofferenza dettata dall'egoismo, autore di morte, invita a cambiare rotta nella vicenda dell’umanità, denunciando tutte quelle vie d’esilio che si contrappongono alle vie dell’incontro, il disprezzo che soffoca il rispetto...


Una speranza che trova la sua vivacità nella pace in una realtà in cui per sfamarsi gli uomini si spingono fino a scontrarsi, dimenticando persino la propria umanità.

Così, mentre cerco di condividere con voi questo articolo, la mia mente viene occupata da alcuni passaggi dell’enciclica "Laudato Sii" di Papa Francesco, attraverso cui ci viene donato un nuovo percorso di speranza: la relazione tra questioni ambientali, sociali, finanziari e culturali, aspetti che, la maggior parte delle volte, sono separati.

Una relazione, dunque, capace di far fronte a questa società che spesse volte si rivela assetata di beni materiali, di piaceri temporali e di desiderio insaziabile di dominare si tutto il creato.

Oggi, più che mai, la crisi di speranza stordisce e ferisce più facilmente le nuove generazioni che, specialmente in contesti socio-culturali privi di certezze, di valori e di validi punti di riferimento, si trovano a fronteggiarsi con difficoltà che appaiono superiori alle loro forze e che, quindi, corrono il rischio di farsi incantare e sedurre dal fascino della moderna cultura secolare. Ed è in questo contesto che è nostro dovere sostenere con tutte le forze la speranza, i sogni e quel bisogno di autenticità, di giustizia, di amore, di lavoro. Solo questo atteggiamento di compartecipazione può essere balsamo di una nuova primavera per far fiorire sane relazioni e profumare la nostra stessa vita di solidarietà e di amore. Parlare e portare la propria esperienza agli altri, in modo da muovere i cuori e le menti, e far germogliare fiducia nel futuro, nell’amore e nel rispetto della vita.

Se validissimo è stato il lavoro fino ad oggi realizzato, è tuttavia imprescindibile continuare l’opera di evangelizzazione, particolarmente continuando a trasmettere ai fratelli e sorelle africani l’ardore missionario, e tenerne sveglia la stessa opera. 

Tornando alla mia esperienza nella Custodia del Ciad-Centrafrica e giunto al termine della stessa, condivido con voi il frutto del mio discernimento per quanto riguarda la vocazione missionaria.

Se è vero, infatti, che i metodi di vivere la missione oggi si rivelano diversi, il desiderio di avanzare nella vocazione missionaria è innegabile. Parlando con i superiori della mia Provincia e della Custodia, ho espresso loro il desiderio di essere al servizio dell’evangelizzazione nella Custodia del Ciad-Centrafrica per un periodo più prolungato; desiderio corrisposto dagli stessi. Per questo processo di evangelizzazione, mi è stata chiesta la disponibilità per lavorare come responsabile della pastorale dei giovani, alla quale si affiancano anche alcuni impegni all’interno della fraternità. 

L'annuncio del Vangelo

  Ci riteniamo tutti missionari COSTITUZIONI DEI FRATI MINORI CAPPUCCINI   CAPITOLO XII   L’ANNUNCIO DEL VANGELO E LA VITA DI FEDE ...