domenica 11 aprile 2021

Fra Antonio di Mauro nell'Africa


Sostenere la speranza

Carissimi amici, giunga a ciascuno di voi il saluto francescano di pace e bene!

Mi chiamo Antonio Di Mauro, e sono un giovane frate cappuccino, che da circa un anni ho terminato la formazione iniziale. Ho 37 anni e appartengo alla provincia religiosa di Sant’Angelo e Padre Pio.

Non vi nascondo la mia emozione nello scrivere questo articolo, con il quale desidero condividere con voi quello che profondamente mi ha spinto a partire per l’Africa.

Così, mentre con mano tremante riporto il mio pensiero, allo stesso modo vengo raggiunto da quel entusiasmo missionario che mi porto nel cuore sin dalla mia infanzia. Sì, perché questo sogno per la missione era ben radicato già nel mio ambito familiare e, in modo del tutto speciale, fortemente caratterizzato dalla figura di mia zia, suora missionaria, appartenente all’Istituto delle Adoratrici del Preziosissimo Sangue di N. S. G. C.

Ricordo sempre con quanta ansia aspettavo il suo ritorno dall’Africa per le ferie!

Era davvero una zia speciale... nessuno dei miei amici aveva avuto un familiare in terra d’Africa. Questo mi faceva sentire un bambino unico, diverso dagli altri!

Non solo! Ma, oserei dire, che la nostra stessa casa era diventata un vero e proprio "centro missionario". In essa, infatti, tante sono state le esperienze indirette missionarie e le iniziative di carità che, grazie alla collaborazione e alla generosità di tante persone, hanno favorito, promosso e realizzato tanti progetti in favore di persone bisognose e di situazioni drammatiche, e che, purtroppo, in Africa sussistono ancora.

Quell’entusiasmo, quindi, è cresciuto insieme alla mia giovane età e mi ha spinto a compiere con gioia la scelta di vivere un’esperienza missionaria, che compio nella fede e nell’amore con il quale Cristo ha amato noi! Sono giunto a questo anche grazie all’ascolto delle esperienze missionarie dei tanti frati missionari, attraverso i quali ho avuto modo di conoscere l’opera di evangelizzazione di tanti confratelli che in Africa hanno trascorso buona parte della loro vita. Sentire le loro testimonianze è stato come ascoltare una musica dolce e soave, sulla quale ho sintonizzato la mia prospettiva di vita!

È stata la missione stessa a sedurmi e a convincermi che potevo intraprendere questa strada.

Nel corso della formazione, grazie alla disponibilità e all’apertura dei superiori e dei formatori, ho avuto modo di alimentare questo desiderio missionario; tante sono state le esperienze concrete di apostolato missionario, sia come collaboratore dell’animazione missionaria, sia come conoscenza diretta in Albania, dove i frati della provincia di Puglia hanno la loro missione.

Questa vocazione missionaria ha trovato spazio anche nell’ambiente accademico, all’interno del quale ho presentato, come lavoro finale per il conseguimento del baccellierato in Sacra Teologia, una tesi dal titolo "La missione per e con i giovani".  

In questo lavoro ho sviluppato il tema della missione dal punto di vista ecclesiale, richiamandone i dati teologici e quelli spirituali, arrivando a svilupparne il modo di ripensare la missione. Ho voluto poi evidenziare la loro incidenza nella grande famiglia francescana a cui appartengo, analizzando in primo luogo il modo in cui san Francesco d’Assisi intendeva la missione, fino a descrivere le modalità in cui oggi la famiglia francescana è coinvolta nel mondo come presenza e provocazione missionaria, vale a dire la modalità con il quale il carisma francescano tutt’oggi può essere a servizio dell’evangelizzazione e della promozione dei valori evangelici di fraternità, giustizia e pace nel mondo.

Questa desiderata esperienza, dunque, non è passata inavvertita e disattesa, ma, al contrario, è stata sempre incoraggiata e protetta.

In Ciad, infatti, ho avuto la grazia di vivere un tempo abbastanza intenso, anche a causa delle restrizioni dovute al COVID-19, nelle fraternità di Goré e Baibokoum, dove ho avuto modo di considerare tutta l’importanza del periodo vissuto qui, specialmente grazie alla preghiera, meditazione della Parola di Dio e dell’amicizia con Cristo, attraverso cui è stato possibile presentargli i desideri e le speranze, le gioie e le sofferenze. Tutto questo, infatti, mi è servito per non far soffocare la mia esperienza dalle esitazioni del mondo e dalle sue distrazioni.

Questo periodo, dunque, è stato segnato, da parte mia, da un forte spirito di discernimento, cercando, così, di riconoscere i segni dei tempi e, in modo del tutto particolare, è stato attraversato fortemente da alcune parole che mia madre mi diceva quando eravamo seduti a tavola: «mangia quello che c’è nel piatto, perché c’è sempre un bambino che non ha cosa mangiare». Vivendo qui in Africa mi rendo conto di quanto sia ancora vera la sua voce.


Ho in mente, quindi, una sola parola che racchiude questo spazio di tempo vissuto in Ciad: "speranza". Una parola che mi fa vedere non solo la fame in sé intesa come denutrizione, ma che mi fa individuare la causa derivante dalla pesante sofferenza economica e sociale. Una fame, dunque, che è parte di un sistema strutturale, che imprigiona la piena realizzazione della dignità umana.

Individuo nella speranza, allora, quella forza motrice che scarcera la storia dalla fatalità del male, dello sperpero, dell’ingiustizia, della guerra e che si fa voce di gente che grida al mondo intero di meritare una vita migliore.

Una speranza, dunque, che traspare nei volti gioiosi dei bambini quando percepiscono che c’è qualcuno che vuole giocare con loro.

Una speranza che nasce da una semplice stretta di mano che dice: «coraggio, camminiamo insieme».

Una speranza che trova il suo vigore in uno scambio interculturale e interreligioso, dove la differenza diventa ricchezza.

Una speranza che illumina chi, avendo vissuto e vivendo ancora l’amara e dura esperienza di una sofferenza dettata dall'egoismo, autore di morte, invita a cambiare rotta nella vicenda dell’umanità, denunciando tutte quelle vie d’esilio che si contrappongono alle vie dell’incontro, il disprezzo che soffoca il rispetto...


Una speranza che trova la sua vivacità nella pace in una realtà in cui per sfamarsi gli uomini si spingono fino a scontrarsi, dimenticando persino la propria umanità.

Così, mentre cerco di condividere con voi questo articolo, la mia mente viene occupata da alcuni passaggi dell’enciclica "Laudato Sii" di Papa Francesco, attraverso cui ci viene donato un nuovo percorso di speranza: la relazione tra questioni ambientali, sociali, finanziari e culturali, aspetti che, la maggior parte delle volte, sono separati.

Una relazione, dunque, capace di far fronte a questa società che spesse volte si rivela assetata di beni materiali, di piaceri temporali e di desiderio insaziabile di dominare si tutto il creato.

Oggi, più che mai, la crisi di speranza stordisce e ferisce più facilmente le nuove generazioni che, specialmente in contesti socio-culturali privi di certezze, di valori e di validi punti di riferimento, si trovano a fronteggiarsi con difficoltà che appaiono superiori alle loro forze e che, quindi, corrono il rischio di farsi incantare e sedurre dal fascino della moderna cultura secolare. Ed è in questo contesto che è nostro dovere sostenere con tutte le forze la speranza, i sogni e quel bisogno di autenticità, di giustizia, di amore, di lavoro. Solo questo atteggiamento di compartecipazione può essere balsamo di una nuova primavera per far fiorire sane relazioni e profumare la nostra stessa vita di solidarietà e di amore. Parlare e portare la propria esperienza agli altri, in modo da muovere i cuori e le menti, e far germogliare fiducia nel futuro, nell’amore e nel rispetto della vita.

Se validissimo è stato il lavoro fino ad oggi realizzato, è tuttavia imprescindibile continuare l’opera di evangelizzazione, particolarmente continuando a trasmettere ai fratelli e sorelle africani l’ardore missionario, e tenerne sveglia la stessa opera. 

Tornando alla mia esperienza nella Custodia del Ciad-Centrafrica e giunto al termine della stessa, condivido con voi il frutto del mio discernimento per quanto riguarda la vocazione missionaria.

Se è vero, infatti, che i metodi di vivere la missione oggi si rivelano diversi, il desiderio di avanzare nella vocazione missionaria è innegabile. Parlando con i superiori della mia Provincia e della Custodia, ho espresso loro il desiderio di essere al servizio dell’evangelizzazione nella Custodia del Ciad-Centrafrica per un periodo più prolungato; desiderio corrisposto dagli stessi. Per questo processo di evangelizzazione, mi è stata chiesta la disponibilità per lavorare come responsabile della pastorale dei giovani, alla quale si affiancano anche alcuni impegni all’interno della fraternità. 

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